Nell’ultimo anno ho fatto volontariato al centro giovanile QR52 di Milano, passando le giornate accanto a ragazzi e ragazze nel mezzo della loro vita quotidiana.
Il mio ruolo era semplice e costante. Mi facevo trovare. Ascoltavo. Aiutavo dove serviva aiuto. Alcuni giorni voleva dire essere presente durante le attività. Altri, sedermi accanto a qualcuno a fare i compiti, spiegare parole e frasi in inglese ancora e ancora, o dare una mano con piccole cose quotidiane che possono sembrare pesanti quando sei giovane e ti senti sopraffatto. Non si trattava mai solo di portare a termine le cose. Si trattava di farle insieme.
Accanto a questo supporto quotidiano, ho ideato e condotto anche sessioni regolari di pallavolo. I gruppi erano misti. Età diverse, livelli diversi, umori diversi. La struttura restava familiare: riscaldamento, tecnica di base, esercizi, poi partita. Dentro quella struttura c’era sempre spazio per adattarsi, rallentare, ridere o ripartire quando il gruppo ne aveva bisogno.
La pallavolo è diventata un ritmo condiviso. Un luogo in cui la ripetizione costruiva sicurezza e il movimento diventava comunicazione. Col tempo ho visto cambiamenti che c’entravano poco con lo sport in sé. Chi prima restava in disparte ha fatto un passo avanti.
La vera lezione è stata silenziosa ma chiara.
Si può appartenere senza dover dimostrare nulla.
Si può imparare senza essere giudicati.
Si può sbagliare ed essere comunque i benvenuti.
Si può far parte di un gruppo restando se stessi.
Questa esperienza ha influenzato il mio modo di guidare un gruppo. Mi ha insegnato quanto i giovani abbiano bisogno di coerenza e quanto possa essere potente la routine quando il mondo là fuori sembra instabile. Mi ha anche ricordato che una guida non deve essere rumorosa per contare. A volte assomiglia alla pazienza. A volte assomiglia a spiegare per la quinta volta la stessa frase in inglese. A volte assomiglia all’esserci, ancora e ancora.
A livello personale, quest’anno mi ha fatto mettere i piedi per terra. Mi ha fatto rallentare. Mi ha mostrato che l’impatto è spesso sottile. Vive nella fiducia costruita nel corso delle settimane, nelle battute condivise, nel momento in cui qualcuno finalmente alza la mano o entra in gioco senza che glielo si chieda.
Ora, a un mese dalla fine del progetto, mi ritrovo a pensare a loro. Mi chiedo come vada con l’inglese. Se la pallavolo fa ancora parte della loro settimana. Se stanno bene. Mi mancano il rumore, il caos, le piccole routine che rendevano le giornate piene.
Sono profondamente riconoscente a QR52, al team e ai ragazzi e alle ragazze che mi hanno lasciato entrare nel loro mondo quotidiano. Questa esperienza mi ha dato molto più di quanto mi aspettassi. Spero di aver lasciato qualcosa che duri: un senso di sicurezza, un ritmo a cui poter tornare e la semplice prova che esserci, con costanza e sincerità, può cambiare più di quanto sembri.


